Libellule: dai giganti del Carbonifero agli esemplari albesi
Nel marzo 2026, però, un articolo pubblicato su Nature ha rimesso in discussione proprio questo punto. Edward P. Snelling e colleghi hanno analizzato il sistema tracheolare dei muscoli del volo in 44 specie appartenenti a 10 ordini di insetti, attraverso 1.320 immagini microscopiche. Il risultato sorprendente è che lo spazio occupato dalle tracheole aumenta pochissimo al crescere della massa corporea: soltanto di circa 1,8 volte a fronte di una variazione della massa di ben 10.000 volte, e nella maggior parte delle specie rappresenta appena l’1% o meno del volume muscolare.
Gli autori hanno quindi esteso il modello anche a uno dei più grandi insetti conosciuti, Meganeuropsis permiana, stimandone una massa vicina ai 100 grammi. Anche in un animale di tali dimensioni il trasporto diffusivo dell’ossigeno attraverso il sistema tracheolare non sembra costituire il limite insormontabile che per lungo tempo gli è stato attribuito. Questo non significa che l’ossigeno non abbia avuto alcuna importanza. Significa, più precisamente, che la vecchia spiegazione «più ossigeno = insetti giganteschi» è probabilmente troppo semplice.
Già nel 2012 Matthew Clapham e Jered Karr, analizzando oltre 10.500 misure di ali di insetti fossili, avevano trovato qualcosa di curioso: per una lunga parte della storia evolutiva degli insetti le dimensioni massime sembrano effettivamente seguire l’andamento dell’ossigeno atmosferico, ma questa relazione si interrompe nel Cretaceo inferiore, circa 140–130 milioni di anni fa. Proprio allora gli uccelli cominciavano a diversificarsi e a diventare volatori sempre più agili. Predazione e competizione nel cielo potrebbero quindi essere diventate fattori importanti nel mantenere più piccole le dimensioni degli insetti volanti.
Parlare genericamente di “Meganeura” è comodo, ma occorre fare una precisazione. Questi animali non erano libellule moderne ingrandite: appartenevano ai Meganisoptera, un gruppo estinto strettamente imparentato con gli Odonati, cioè il gruppo che comprende oggi libellule e damigelle.
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| Specimen paratipo ricomposto di Arctotypus intermedius LdLAP 392, conservato al Musée Fleury di Lodève. L'apertura alare è di 68 cm. |
Il fossile più famoso è Meganeura monyi, proveniente dal bacino carbonifero di Commentry, nell'Allier, nella Francia centrale. Alla fine dell'Ottocento le miniere di carbone di Commentry restituirono una straordinaria quantità di insetti fossili. Henri Fayol raccolse numerosi esemplari e Charles Brongniart descrisse nel 1884–1885 quell'enorme insetto che sarebbe diventato uno dei simboli della paleontologia.
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| Fossile di Meganeura monyi da Commentry (Francia), uno dei più grandi insetti volanti conosciuti, con un’apertura alare di circa 70 cm. |
Commentry ha restituito anche altri Meganeuridae: nelle collezioni parigine sono conservati, fra gli altri, esemplari attribuiti a Meganeura selysii, Meganeura fafnir, Meganeura brongniarti e Meganeura aeroplana. I fossili sono spesso incompleti: un'ala, parte del corpo, un'impronta. Ricostruire un animale di questo genere significa quindi confrontare diversi esemplari e soprattutto studiare fin nei dettagli la nervatura delle ali.
Meganeura, tuttavia, non detiene necessariamente il primato assoluto. Nel Permiano inferiore del Nord America, diversi milioni di anni più tardi, viveva Meganeuropsis. In particolare Meganeuropsis permiana, proveniente dagli Stati Uniti, viene generalmente considerata tra i più grandi insetti volanti mai esistiti e raggiungeva dimensioni dello stesso ordine, o persino leggermente superiori, a quelle della celebre Meganeura. È proprio questa specie che gli autori del nuovo studio pubblicato su Nature hanno utilizzato come caso limite per verificare il funzionamento del sistema respiratorio in un insetto gigante.
In altre parole, il fenomeno non riguardava un singolo animale eccezionale: nel tardo Carbonifero e nel primo Permiano esistette realmente un gruppo di grandi predatori alati per i quali aperture alari di parecchie decine di centimetri erano evolutivamente possibili.
Per passare al nostro albese dobbiamo compiere un enorme salto nel tempo. Dai circa 300 milioni di anni di Meganeura passiamo a circa 6 milioni di anni fa, al Miocene superiore. E questa volta non dobbiamo andare né in Francia né negli Stati Uniti: i fossili si trovano nel Museo civico “Federico Eusebio” di Alba e provengono dal nostro territorio. Tra gli esemplari esposti compare Oryctodiplax gypsorum, proveniente da Piobesi d'Alba. Il nome della specie è particolarmente significativo: gypsorum, “dei gessi”, richiama i sedimenti evaporitici del Messiniano albese nei quali questi insetti si sono conservati.
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| Libellula fossile del Messiniano albese, conservata nelle collezioni del Museo. Sono ancora ben riconoscibili il corpo e la delicata nervatura delle ali. |
Nelle vetrine dell'Eusebio possiamo osservare delicate impronte nelle quali sono ancora riconoscibili il corpo e soprattutto le quattro ali, con la loro sottilissima nervatura. Accanto agli adulti sono presenti anche larve fossili di libellula provenienti da Guarene e Santa Vittoria d'Alba. Il dettaglio è importante, perché le libellule trascorrono la fase larvale della loro vita in acqua: questi resti ci raccontano quindi non soltanto quali insetti vivevano qui, ma anche qualcosa dell'ambiente in cui vivevano.
Nel cielo del Miocene, soprattutto, le libellule non erano più tra i dominatori incontrastati del volo. Gli uccelli esistevano già da oltre cento milioni di anni. Ed è proprio qui che il nuovo lavoro scientifico assume un significato particolarmente suggestivo. Se il sistema respiratorio degli insetti non impone da solo un limite severo alle dimensioni corporee, allora la scomparsa dei giganti paleozoici e il mancato ritorno di animali analoghi devono essere letti dentro una storia evolutiva molto più complessa, nella quale entrano in gioco atmosfera, temperatura, metabolismo, predazione, competizione e manovrabilità nel volo.
Il viaggio può concludersi pochi metri più in là, senza uscire dal Museo Eusebio. Nelle collezioni zoologiche del museo sono infatti conservate anche numerose libellule attuali essiccate, alcune delle quali appartengono alle specie più grandi della nostra fauna. Fra gli esemplari che possiamo leggere direttamente dai cartellini compaiono Aeshna cyanea, Cordulegaster boltonii, Crocothemis erythraea e Libellula depressa. È presente anche la damigella Calopteryx virgo padana, con le caratteristiche ali scure e il corpo verde-azzurro metallico. Sono animali magnifici, e alcune specie come Aeshna cyanea e Cordulegaster boltonii sono tutt'altro che piccole: la loro apertura alare può avvicinarsi ai 10 centimetri.
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| Calopteryx virgo padana, esemplare dal corpo metallico e dalle ali scure, conservato nella collezione entomologica del Museo. |
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| Libellula depressa, riconoscibile per l’addome largo e appiattito e le basi alari ambrate. Esemplare della collezione entomologica del Museo. |
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| Cordulegaster boltonii, dal corpo allungato con bande chiare sull’addome. Esemplare della collezione entomologica del Museo. |
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| Aeshna cyanea, esemplare preparato a secco, con le quattro ali distese che ne mostrano la fine nervatura. Collezione entomologica del Museo. |
Eppure basta immaginare accanto a loro una Meganeura monyi a grandezza naturale per capire l'eccezionalità del mondo paleozoico: una “libellula” con ali spiegate larghe quasi sette volte quelle di uno dei maggiori Odonati europei. La differenza, però, non deve farci pensare a una semplice storia di decadimento da un passato di giganti a un presente di miniature. Le libellule moderne sono macchine volanti straordinariamente perfezionate. Possono accelerare, frenare, virare bruscamente, rimanere quasi immobili in volo e intercettare altre prede nell'aria. La selezione naturale non premia necessariamente l'animale più grande: premia quello meglio adattato all'ambiente in cui vive.
Una nuova ricerca pubblicata nel 2026 ci costringe dunque a riconsiderare una spiegazione che sembrava ormai acquisita: forse gli insetti giganti del Paleozoico non erano giganti semplicemente perché respiravano un'atmosfera più ricca di ossigeno. La risposta definitiva non c'è ancora. Ed è proprio questo a rendere la vicenda interessante.
Seguendo le libellule possiamo attraversare quasi tutta la storia del volo animale: dalle enormi Meganeura delle foreste carbonifere, quando nessun uccello e nessun pipistrello esisteva ancora, alle piccole Oryctodiplax che vivevano presso Alba nel Messiniano, fino alle Aeshna, Cordulegaster e Libellula delle nostre collezioni naturalistiche. E, alla fine del viaggio, quello che sembrava un argomento esotico sulle “libellule giganti di 300 milioni di anni fa” ci riporta proprio qui: a Piobesi, Guarene, Santa Vittoria e Alba.









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