Quando il Monviso si sgretola: una montagna antica in un clima che cambia
Nei giorni scorsi il nostro Gian
Carlo Piccoli, incuriosito dalle notizie sui recenti crolli del Monviso, ha
deciso di andare a vedere di persona.
È salito da Pian del Re verso il
rifugio Quintino Sella, attraversando quella vasta zona morenica ai piedi della
parete nordorientale. Conosce molto bene quei siti. Negli anni Settanta vi
condusse, infatti, insieme al padre numerose ricerche mineralogiche. Parte dei
campioni raccolti allora costituisce oggi il nucleo della collezione
mineralogica del Cuneese conservata nel nostro Museo.
Il video da lui girato durante
l’escursione mostra con evidenza il canalone dal quale continuano a scendere
detriti. Alla sua base si trova una grande conoide, costruita
dall'accumularsi di innumerevoli frane nel corso del tempo. Il materiale più recente
si distingue bene per il colore più chiaro rispetto ai depositi più antichi.
L'osservazione di Gian Carlo pone
subito una questione importante: il Monviso non ha certo cominciato a
sgretolarsi oggi. Le grandi pareti alpine sono attraversate da fratture,
sottoposte alla gravità, all'azione dell'acqua, del ghiaccio e delle variazioni
di temperatura. La presenza stessa di enormi accumuli detritici ai loro piedi
racconta una storia di crolli che precede di molto l'epoca contemporanea.
Il fatto che un fenomeno sia antico non significa tuttavia che la sua frequenza o le condizioni che lo favoriscono debbano rimanere immutate. Nelle pareti di alta montagna il ghiaccio può occupare le fratture della roccia e il permafrost può contribuire alle condizioni meccaniche dell'ammasso roccioso. Il suo progressivo riscaldamento e degrado, insieme ai cicli di gelo e disgelo, alla fusione della neve, alle precipitazioni e alle variazioni termiche, può concorrere alla destabilizzazione di pareti già fortemente fratturate.
Uno studio pubblicato nel 2024 su Nature Geoscience ha ricostruito un secolo,
dal 1920 al 2020, di cadute di massi in un versante delle Alpi svizzere,
trovando una correlazione significativa tra temperature più elevate e maggiore
attività di crollo. Gli autori sottolineano tuttavia che i meccanismi sono
complessi e possono manifestarsi anche con ritardo: non è quindi possibile
ricondurre automaticamente un singolo evento a una sola causa.
Il caso del Monviso sembra prestarsi particolarmente bene a queste considerazioni. Già nel dicembre 2019 un grande crollo aveva interessato la parete nordorientale del Monviso: il 26 dicembre si staccò un settore del Torrione Sucai, mobilizzando secondo ARPA circa 200.000 metri cubi di roccia, poi distribuiti sul cono detritico preesistente. Dopo il crollo del 1° settembre 2026, ARPA Piemonte ha descritto la parete nordest come soggetta a frequenti crolli, presumibilmente legati anche al forte riscaldamento, che induce dilatazioni nell’ammasso roccioso.
Nelle fotografie di Gian Carlo compare inoltre, nella parte alta della parete, una grande apertura ben
visibile. È tentante collegarla immediatamente alla tettonica alpina, tuttora
attiva, ma stabilire l'origine e soprattutto l’evoluzione di quella specifica
frattura richiederebbe confronti fotografici, misure e osservazioni nel tempo:
in una parete di questo genere possono intervenire insieme strutture geologiche
preesistenti, gravità, gelo-disgelo, variazioni termiche e degradazione del
permafrost.
E’ forse proprio questo l'aspetto
più affascinante. La montagna è sempre cambiata. Ma può cambiare anche il ritmo
con cui cambia. Le grandi conoidi ai piedi del Monviso ci raccontano migliaia
di anni di erosione e crolli; le osservazioni scientifiche moderne permettono
invece di domandarci se, e in quale misura, il rapido riscaldamento delle alte
quote stia modificando oggi quella dinamica antichissima.
L'escursione di Gian Carlo diventa
così qualcosa di più di una semplice verifica sul posto di una notizia letta
sui giornali: è un piccolo esempio di come osservazione del territorio, memoria
storica e ricerca scientifica possano dialogare tra loro.
Per approfondire...
ARPA Piemonte – Rischi naturali emergenti in alta montagna
Quadro generale su permafrost, cambiamento climatico e instabilità in ambiente alpino.
ARPA Piemonte – Prevenzione dei fenomeni di instabilità delle pareti rocciose
Introduzione alla geomeccanica delle pareti: fratture, discontinuità e principali meccanismi di crollo.
ARPA Piemonte – Permafrost nelle Alpi piemontesi
Un approfondimento direttamente riferito alle condizioni e all’evoluzione del permafrost nelle Alpi piemontesi.
Mamot et al. – A temperature- and stress-controlled failure criterion for ice-filled permafrost rock joints
Studio sperimentale sulla variazione della resistenza delle fratture rocciose contenenti ghiaccio al cambiare della temperatura.



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