Il mistero dei Paleodictyon: anche nelle Langhe le tracce di un antico “architetto” marino

Tra i reperti conservati presso il Museo civico “Federico Eusebio” di Alba sono presenti anche alcuni splendidi esempi di Paleodictyon, una delle più enigmatiche tracce fossili conosciute.

I due esemplari qui fotografati provengono entrambi dalle Langhe e risalgono al Miocene medio. Il primo (a) è una lastra di circa 130 mm, rinvenuta nelle arenarie della Formazione di Lequio, a Rodello; il secondo (b) è un frammento di circa 200 mm, proveniente dalle marne della Formazione di Cassinasco, a Serravalle Langhe.


A colpire immediatamente è il caratteristico reticolo formato da celle approssimativamente esagonali. Paleodictyon non rappresenta infatti il corpo fossilizzato di un organismo, ma viene generalmente interpretato come una traccia della sua attività nel sedimento marino: una rete di gallerie orizzontali, originariamente collegata al fondale mediante piccoli condotti verticali. Strutture di questo tipo sono conosciute dal Cambriano fino all'epoca attuale e forme analoghe sono state osservate persino sui fondali oceanici moderni. Eppure l'identità del loro costruttore è rimasta finora un piccolo grande mistero della paleontologia.

Una recente ricerca pubblicata nel 2026 su Earth-Science Reviews da Andrea Baucon e collaboratori propone una nuova e affascinante interpretazione: il “costruttore” di Paleodictyon potrebbe essere stato un artropode marino, probabilmente un piccolo crostaceo, con anfipodi e isopodi tra i candidati più plausibili.

Gli autori partono proprio dalla straordinaria geometria della struttura. I tratti delle gallerie sono rettilinei e si incontrano con bruschi cambiamenti di direzione, caratteristiche compatibili con un animale dotato di esoscheletro rigido e appendici articolate, capace di scavare il sedimento in modo molto preciso. L'analisi geometrica mostra inoltre una sorprendente regolarità: su 1314 punti misurati, gli angoli delle celle si discostano in media di appena 8,5° dai 120° dell'esagono regolare e la lunghezza dei lati varia mediamente di circa mezzo millimetro all'interno di una cella.

Una precisione simile implica che l'animale fosse capace non soltanto di scavare, ma anche di orientarsi e “misurare” le distanze, correggendo localmente gli errori invece di accumularli nella costruzione della rete. Secondo gli autori, capacità di questo genere sono particolarmente compatibili con il sistema nervoso e le abilità di navigazione degli artropodi. Anche la comparsa dei primi Paleodictyon nel Cambriano coincide significativamente con la prima grande diffusione degli artropodi.

Resta invece aperta la domanda più intrigante: a che cosa serviva questa rete? Nel tempo sono state avanzate ipotesi legate alla ricerca o alla coltivazione del cibo, alla cattura di particelle o alla riproduzione. Il nuovo studio suggerisce persino che, nel caso di organismi coloniali, la rete esagonale potesse funzionare anche come una sorta di sistema di comunicazione, capace di trasmettere segnali chimici, idraulici o meccanici attraverso diversi percorsi. È un'ipotesi suggestiva, ma gli stessi autori sottolineano che al momento manca una prova diretta.

Il mistero, dunque, non è ancora definitivamente risolto. Solo osservare un organismo moderno mentre costruisce un Paleodictyon, oppure trovarne uno fossilizzato all'interno delle sue gallerie, permetterebbe di identificarne con certezza l'autore.

Nel frattempo, i due esemplari delle Langhe conservati ad Alba ci ricordano che, milioni di anni fa, sul fondo del mare che ricopriva il nostro territorio, minuscoli animali costruivano strutture di una regolarità geometrica che ancora oggi riesce a sorprenderci.

Un anfipode bentonico moderno (Gammarellus angulosus). Gli anfipodi, insieme agli isopodi, sono tra i gruppi di crostacei indicati dalla recente ricerca come possibili costruttori di Paleodictyon. La specie raffigurata è mostrata come analogo moderno e non come identificazione del tracemaker fossile.  Foto: Hans Hillewaert, CC BY-SA 4.0.

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